venerdì 22 giugno 2018 - 20:53

“Il tempo è un bastardo”; così dice (più o meno) Jennifer Egan

Il tempo è un bastardo. No, sul serio. Si chiama così il romanzo di questo giro: “Il tempo è un bastardo”. Certo il traduttore poteva fare di meglio, il titolo originale infatti è “A visit from the Goon Squad” che sarebbe una cosa del tipo: “Una visita da parte dei sicari”, o se proprio vogliamo: “I sicari dietro l’uscio”. Ma Tu, caro Traduttore, hai deciso che fosse quello il titolo del romanzo e noi siamo contenti così.
Siamo arrivati alla quarta recensione, per tutti gli dei, non si può dire che non abbia scritto in questi ultimi mesi. Negli articoli precedenti si è parlato (momento di autopubblicità, chiunque voglia può saltare e passare direttamente all’altro capoverso) di Kundera, Matvejevic e Hamsun… e per chi non li avesse ancora letti: sono sempre su questa rubrica, non ci si può sbagliare.

Il romanzo di questo mese – il nuovo riesumato dalla libreria – è di Jennifer Egan. Sicuramente pochi di voi avranno sentito questo nome. La Egan collabora con il New York Times Magazine e si è fatta conoscere nei Big States soprattutto per la sua vocazione giornalistica. Ma poi, nel 2010, se n’è uscita con questo romanzo stupefacente. Non è la sua opera d’esordio, ci sono infatti altri tre titoli prima… ma è con questo romanzo che ha sbancato. Tra l’altro ha vinto anche il “premio Pulitzer” che non è certo acqua e zucchero in America.
A consigliarmelo fu, tempo-bastardo-fa, il mio amico Riccardo. Colgo l’occasione per salutarlo. Ciao Riccardo, tua madre li fa ancora quei pasticcini di riso? Va be’, andiamo avanti… comunque se sì, dille che li rivorrei troppo. Erano il paradiso.

Questo romanzo è in realtà un reticolato di storie, tutte molto vicine fra loro, tanti cavi elettrici che si interconnettono nel corso della lettura e danno vita ad un circuito reattivo, una sorta di organismo autosufficiente che vive sottopelle alla narrazione. È un romanzo della vita reale, senza lentine colorate o etifoxina. È tutto verità; una verità che a volte è così tanto verità da far venire il voltastomaco, ma in senso buono: l’effetto è catartico. I sentimenti sono descritti per filo e per segno, per dirne una. Leggere questo romanzo è come succhiare a piccole dosi una specie di minestra dell’irrimediabilità, una robaccia in cui galleggiano allegramente le ultime frattaglie di umanità. Per farla breve è il Disincanto che narra, ma questo non prevede affatto un’accettazione passiva di quello che si presenta sotto i nostri occhi. Lo “star system”, ecco di cosa parlo, e di tecnofilia come se non fosse già abbastanza. Eh sì, proprio così, è un romanzo davvero vicino alle nostre vite. I temi che affronta sono invitanti, e non solo perché sappiamo di cosa si sta parlando ma anche perché rappresentano un’ulcera, una lesione generazionale che deve essere medicata. Sarà già troppo tardi? Forse. Lo star system è ormai diventato un regime.

La Egan ci descrive il presente quasi meglio dei notiziari televisivi che ci entrano in casa 24 ore su 24. Le storie contenute nel romanzo non solo ci parlano della realtà nuda e cruda ma si addentrano sapientemente nel suo ‘subspazio’ e poi nell’Io profondo di quell’animale sociale che è prima di tutto un essere umano (non per tutti è scontato). La letteratura fa questo in fondo: subesplorare, inquisire, sondare l’identità profonda di un personaggio. Quel personaggio potresti anche essere Tu. Sì, proprio tu che stai leggendo l’articolo e ti chiedi se non avessi davvero niente di meglio da fare che recensire un romanzo dal titolo maltradotto. Che poi “il tempo” di cui si dice nel titolo italiano non è messo lì casualmente. Il Tempo è il secondo grande tema del romanzo, il primo è il Disincanto e ce n’è anche un terzo che è la Musica. Ma diciamo due parole sul secondo: il Tempo di questo romanzo ha una miriade di sfaccettature, iperboli a parte, è davvero così: c’è il “Real Time”, il “Forever Time”, il “Never Time”, e così via. Il primo è quello cronologico, quello che fa tic tac sul nostro orologio da muro della cucina, per intenderci; il secondo invece è il tempo dell’immutabilità, di ciò che resta nel congelatore della Storia per l’eternità; e infine quello del “Never” è il tempo dell’impraticabilità. Ma non è finita qui, c’è il “tempo gentleman” e anche un tempo che potremmo definire (il traduttore farà i salti di gioia) “bastardo”. Quello gentleman è accorto e rispettoso delle nostre scelte, che siano sagge o orribilmente stupide; mentre quello “bastardo” è il tempo che se ne infischia di tutto, ti guarda in faccia e ti dice Get the fuck off, you fucking weirdo.
Tutte queste accezioni di tempo rientrano in un Tempo universale che è tutto fuorché lineare e razionalizzabile. Il fatto che le storie siano allacciate fra loro nonostante avvengano senza simultaneità è significativo, la struttura del romanzo è di fatto collegata strettamente alla nozione di Tempo come insieme caotico di momenti ed occorrenze.

È incredibile quanto un romanzo che dal titolo potrebbe sembrarci una stitica prova di postmodernismo, ci abbia tirato fuori così tante considerazioni filosofiche. Mi rendo conto che, perso da queste “filosoferie”, non vi ho ancora parlato dei protagonisti. I principali sono due: Bennie Salazar, ex musicista punk, e la stramba quanto eclettica Sacha. Intorno a queste due comunissime personcine c’è una flotta di altri personaggi, tutti secondari e che hanno sempre qualcosa a che vedere con i due principali.
Fra queste pagine vi sarà facile trovare delle somiglianze con la vostra quotidianità: okay, il romanzo è piuttosto recente ma non solo per questo; la struttura stessa è basata su richiami e congiunzioni ricorrenti. Quindi se vi fa schifo questa rubrica perché vi piace leggere i libri senza cercarci dentro nient’altro che una storia lontana, questo romanzo è geneticamente programmato per potervici rispecchiare, o volete o no. Ci sarà per forza qualcosa che vi farà dire: “per tutte le polpette di soia, questo romanzo sta parlando di me”. O magari: “quell’imbranata di Cacha mi ricorda la tipa che mi sverniciò la macchina quando la piantai in asso”, e così via. Non avete scampo dunque, se lo leggete.

Mi gioco un malleolo che almeno uno di voi ha desiderato, una volta o due, di avere la fortuna che ha avuto Gil Pender – il protagonista di Midnight in Paris – che finisce negli anni ’20 del ‘900 quando non c’erano né i cellulari, né i social network e né le patatine plastificate del McDonalds. Non erano state ancora inventate le patatine del Mc, no, e non ti avrebbero potuto tentare. Sono certo che senza quelle patatine tante ragazze dormirebbero sonni più tranquilli. In questo romanzo non si parla certo delle patatine del McDonalds, si  affronta invece il tema della tecnologia sfrenata, la tecnologia che appiattisce, spersonalizza e crea ologrammi sempre nuovi di noi stessi. C’è chi riuscirebbe a far credere di essersi trasformato in una ciabatta se lo volesse. Il trucco di magia è lo stesso per cui alcuni “divi del trash”, quando si incontrano per strada, sembrano quasi delle persone normali. Per farla breve, la Egan ci fa vedere le conseguenze che la “filosofia dell’automatismo” ha sulla psicologia umana.
Già dai tempi dei tempi, da quando il massimo dell’innovazione era l’uccello-sveglia dei greci, era difficile capire chi si era davvero nel profondo, figuriamoci adesso che è di routine camminare col cellulare appiccicato sulla faccia e sudare sette camicie per cercare di apparire piuttosto che essere. Bene, mi pare di avervi detto tutto quello che volevo dirvi.

Magari si potrebbero spendere altre due paroline sul tempo. Ma cos’altro vuoi dire sul tempo? Si sa no, che è un bastardo. Scherzi a parte, in letteratura è stato chiamato in tutti i modi e paragonato a qualsiasi cosa… ad esempio mi viene in mente ciò che diceva José Saramago, ovvero che il tempo è una rondine che fa il nido sulla grondaia e da questa esce ed entra, va e viene, proprio sotto i nostri occhi. Questa prelibata metafora, se la volessimo ridurre all’osso, ci direbbe molto semplicemente che il tempo non si può né comprendere né infilare dentro una sola parola: gli starebbe stretta come una scarpa della taglia sbagliata. Il tempo è polimorfo e tanto tanto ma dico tanto refrattario… perciò, in fondo in fondo, il nostro traduttore non ha tutti i torti a dargli del bastardo.

Antonello Mortato

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Antonello Mortato

Responsabile categoria READING per Breakoff.it // scrittore & poeta // ama viaggiare e scrivere e/o scrivere viaggiando // nel tempo libero legge, suona la chitarra e si dà alla vita mondana // obiettivo: navigare in sogni illusoriamente irrealizzabili e trasformarli in realtà.

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