sabato 19 Ottobre 2019 - 05:24

Select your Top Menu from wp menus

L’ATTUALITÀ DISTURBANTE DEI RACCONTI DI SARTRE


“Ecco cosa vorrei. Sbalordirli tutti.”

Forse non ci sono parole migliori di queste, contenute in Erostrato, per sintetizzare lo spirito con cui Sartre, sul finire degli anni Trenta, scrive i cinque racconti che compongono Il muro. La raccolta viene pubblicata in Francia nel 1939, con la Seconda guerra mondiale alle porte e l’Europa che si prepara a combattere il mostro autogeneratosi al suo interno dalla crisi economica, di valori, di identità e di certezze degli anni precedenti. Pochi mesi prima La nausea aveva conquistato critica e pubblico, proiettando nel panorama letterario francese la voce originale, tagliente, autentica (tanto da risultare molto spesso disturbante) di Jean-Paul Sartre.

Ed è proprio sull’elemento “disturbante” che sembrano porre l’accento i cinque racconti, definiti dallo stesso autore “cinque vite, cinque piccole disfatte”: al successo che la raccolta ottiene in Francia corrisponde l’irritazione della buona società verso la crudezza dell’opera, in seguito messa al bando dalla Santa Sede e vietata in numerosi paesi (in Italia, dove sarà pubblicata nel 1947, la Buon Costume denuncerà l’editore Giulio Einaudi per oltraggio al pudore).

Anche i pareri dei critici e dei letterati francesi sono contrastanti: se sulla riuscita del racconto che dà il titolo all’opera sembrano tutti concordi, i racconti che suscitano la maggiore perplessità (e più fanno gridare allo scandalo) sono Erostrato e Infanzia di un capo. Non a caso, avvicinando l’opera con l’occhio del lettore contemporaneo, sono proprio questi due racconti che colpiscono per i loro evidenti legami con l’attualità e il disagio umano, sociale e politico che ogni giorno ci racconta.

Erostrato viene descritto da più parti come una folle ode alla perversione e alla violenza. È in realtà una scrupolosa descrizione di uno sfasamento, di un rifiuto (o di un’impossibilità) di adeguarsi alla realtà dell’esistenza, che si risolve in una decisione violenta e (forse) irrimediabile. “Gli uomini, bisogna vederli dall’alto”, recita il folgorante incipit del racconto. “Non sanno combattere questo grande nemico dell’umanità: la prospettiva dall’alto. Mi sporgevo e mi mettevo a ridere: dov’era finito quel famoso portamento eretto di cui andavano tanto fieri?”. Il protagonista del racconto è un voyeur (nella sessualità come nella vita), ma non ricava piacere da quello che vede: la visione dell’esistenza gli provoca un profondo disgusto, così come quella degli altri esseri umani. Non si sente uno di loro, ma non si sente nemmeno altro.

Erostrato nasce da premesse simili a quelle de La Nausea: Paul Hilbert prova sensazioni simili a quelle di Antoine Roquetin de La Nausea, lo stesso spossante senso di straniamento di fronte all’assurdità del reale. Queste premesse però conducono a conclusioni opposte: a differenza di Roquetin, Hilbert non trova conforto nell’arte, in qualcosa che vada al di là della dimensione molle e insopportabile dell’esistenza; al contrario, giunge alla conclusione che il suo malessere può risolversi solo nello scontro finale, cruento, inevitabile, con l’esistenza e tutti gli uomini che abitano la terra. Per questo motivo, ispirandosi all’eroe nero Erostrato, compra una pistola e si prepara a sparare sulla folla.

Il dialogo che segue, tra Hilbert e un suo collega, vale più di mille spiegazioni: Hilbert decide di sparare per dare un senso alla propria vita, per sfuggire al suo disagio esistenziale, per “sbalordirli tutti”.

-Lo conosco il tipo, si chiama Erostrato. Voleva divenir celebre e bruciò il tempio di Efeso, una delle sette meraviglie del mondo. – E come si chiamava l’architetto? – Non lo ricordo più. Credo perfino che non se ne ricordi il nome. – Davvero? E vi ricordate del nome di Erostrato?

Il racconto che chiude l’opera, Infanzia di un capo, è la storia della travagliata crescita di Lucien Fleurier, dei suoi turbamenti esistenziali che sfociano prima nella tormentata ricerca della propria sessualità e in seguito trovano conforto nelle accoglienti maglie dell’estremismo politico e del razzismo. Dopo anni di angosciosi dubbi identitari, Lucien trova la prima sensazione di sollievo grazie al pensiero di essere un “francese tra i francesi”; di conseguenza, il senso della sua vita diventa la discriminazione verso chi questo titolo non può esibirlo. È così che la fragilità di Lucien Fleurier, raccontata nella prima parte del racconto, diventa il preludio a un feroce antisemitismo, ne costituisce il motore primario: un giorno, mentre se ne sta al bar con gli amici pensando a cosa dire e come inserirsi nel gruppo, Lucien si fa scappare una battuta sugli ebrei. “Tutti si misero a ridere, e una specie di esaltazione si impossessò di Lucien: si sentì veramente furente contro gli ebrei e il ricordo di Berliac gli era profondamente sgradevole. Lemordant lo guardò negli occhi e gli disse: Tu sei un puro.”

Sartre mette a nudo i meccanismi e i sentimenti alla base del razzismo; l’insicurezza, la paura, l’angoscia sfociano nell’esaltazione che deriva dall’agognata identificazione con un gruppoe, soprattutto, dall’avere un out-group da attaccare, mortificare, eliminare. La fama di “nemico degli ebrei” permette a Lucien, in un colpo solo, di acquisire un motivo per cui vivere, la sicurezza di appartenere al branco, popolarità, approvazione. Un’identità, la stessa che mancava all’inizio del racconto. La folle caduta nel vortice di crudeltà e violenza culmina nel pestaggio di un innocente “ometto olivastro” incontrato sulle rive della Senna.  

Come detto, Sartre scrive questi racconti nel 1939, eppure inquietanti somiglianze emergono tra quell’atmosfera, quello spaesamento, quella mancanza di riferimenti etici e morali, e l’epoca che ci troviamo a vivere oggi. È per questo che gli spunti di riflessione contenuti nell’opera, e in particolare nei due racconti citati, possiedono la forza vitale, dirompente, disturbante e corrosiva di qualcosa scritto solo qualche giorno fa; la stessa forza che può spingere il nostro mondo e la nostra società a riconoscersi e a cercare di invertire la rotta.

Roberto Oliva

About The Author

Roberto Oliva

Studente di Lingue // Lettore di Cose // Scrittore di Romanzi che suscitano Scalpore nel suo Condominio (Una canzone dove andare, 2015 / Il momento giusto, 2017) // Soffiatore di Bolle di sapone.

Related posts

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close